Immaginario - Cinema, migrazione ed esilio

TEZA
Haile Gerima, 2008
Le vicende storiche dell'Etiopia tra gli anni '70 e gli anni '90 sono lo sfondo su cui si svolge la storia di Anberber, un giovane etiope emigrato nella Germania dell'Est, prima della caduta del muro di Berlino, per studiare, probabilmente, biologia.
Anberber appare pienamente inserito all'interno dell'ambiente universitario e dell'attivismo politico, in gruppi marxisti leninisti. Sottili passaggi, però, colgono efficacemente il disagio esistenziale di essere un africano immigrato in una società occidentale: Cassandra, la giovane compagna, di madre tedesca e di padre africano, non gioisce per la gravidanza di Gabi, l' amica tedesca, in coppia con Tess, lo studente etiope, amico fraterno di Anberber: “non potete fare figli, ignorando la società razzista in cui viviamo e che dovremo affrontare, prima o poi,.....sapete come si sentirà un bambino nero in una società di bianchi?....”
Essa stessa, con una segreta decisione, abortirà il figlio della sua relazione con Anberber.
Essa stessa, con una segreta decisione, abortirà il figlio della sua relazione con Anberber.
Come nel mito, che il nome di Cassandra evoca, anche per il ragazzo la profezia si avvera: divenuto adolescente, infatti, mostrerà i segni delle sofferenze della sua identità, frammentata tra l'identificazione materna e quella paterna, alla continua ricerca di un senso esistenziale.
Toccanti sono i momenti in cui, dopo l'assassinio del padre che era tornato in Etiopia per combattere per le sue idee, il ragazzo ricercherà il suono della lingua paterna e i ritmi dei balli tradizionali nell'incontro con Anberber.
Toccanti sono i momenti in cui, dopo l'assassinio del padre che era tornato in Etiopia per combattere per le sue idee, il ragazzo ricercherà il suono della lingua paterna e i ritmi dei balli tradizionali nell'incontro con Anberber.
La stessa ricerca di senso attraversa le vicende di Anberber che, prima di riapprodare definitivamente alla comunità di origine, come molti profughi o emigrati, torna e ritorna, da un luogo ad un altro, sospeso tra il desiderio del cambiamento e il legame con le tradizioni.
L'identità è sempre il frutto di un insieme complesso di appartenenze e identificazioni, di continuità e cambiamenti , che si compiono lungo l'arco dell'intera vita, attraverso continui passaggi e trasformazioni.
Quanto più le trasformazioni saranno segnate da fratture traumatiche e discontinuità, tanto più le trasformazioni potranno comportare dolore, confusione, perdita, oblio o maniacalità.
Il giovane Anberber ritorna al villaggio materno, per molto tempo non ricorda cosa gli è accaduto, come e chi l'ha ridotto così. “Dove ho perso la gamba? Nei miei sogni ci sono tutte e due... “. Non ricorda perchè è tornato e perchè è partito. “Dove posso andare...dove posso fuggire?...sono così confuso....tutta la mia memoria è bloccata”. Non c'è pace nella sua mente.
“Cosa ti hanno fatto? chiede la madre “così sei tornato a me, che cosa ti hanno fatto? ti hanno rimandato a me fatto a pezzi”.
La violenza della guerra civile che devasta il suo paese, la violenza della guerra colonizzatrice, presente nella memoria e nei traumi che si trasmettono attraverso le generazioni, la violenza del fanatismo razzista in Germania, la violenza delle logiche tribali, richiedono un tempo lungo per essere conosciute, riconosciute, nominate e, infine, rese esperienza storica e soggettiva della propria vita.
I traumi psichici della violenza della guerra richiedono un tempo ed un contesto sociale e relazionale che ne permetta la pensabilità.
Solo così la frammentazione della propria esperienza identitaria potrà ritrovare un senso ed una prospettiva.
In questo doloroso percorso Anberber potrà conoscere se stesso e riconoscere il dialogo tra le sue appartenenze identitarie.
Potrà ri-partire dai bambini del villaggio, prendendo il posto del maestro scomparso, per continuare a trasmettere un sapere che non sia frutto di dogmatismi e porti il segno della profondità della proprie esperienze di trasformazione.
